Testimonianze: da Giorgio de Chirico a Carlo Carrà, da Alberto Savinio a Filippo de Pisis, a Corrado Tumiati.

Villa del Seminario deve la sua importanza non solamente alle innovative questioni medico-sanitarie introdotte da Gaetano Boschi, ma anche a note personalità della cultura italiana che si mossero tra quelle mura nei primi decenni del Novecento. Un caso fortuito, infatti, ha voluto che le vicende di questi celebri nomi si intrecciassero proprio nell’ospedale neurologico di Aguscello, le cui stanze e corridoi, densi di solitudine, follia, ispirazione e mistero diedero linfa vitale alla corrente artistica della pittura metafisica: nel 1917 entrò in contatto diretto un gruppo di intellettuali con obiettivi comuni, che a Villa del Seminario scrissero un nuovo capitolo della storia dell’arte italiana. 

Si tratta di Giorgio de Chirico (1888-1978) e Carlo Carrà (1881-1966), ricoverati nell’ospedale, Alberto Savinio (1891-1952) e Filippo de Pisis (1896-1956). Lo sviluppo della pittura metafisica deve molto agli ambienti vuoti e desolati dell’ospedale, che sembrano rispettare e ispirare la poetica degli artisti metafisici: è la «villa degli enigmi», come la definì de Chirico; ma, a un livello più alto, fu l’intera Ferrara a infondere la necessaria creatività. La sua aura di mistero e di follia portò de Chirico e de Pisis a considerarla una città propriamente metafisica: la «città del worbas», come la definì Savinio nel suo Hermaphrodito, sembrava il contenitore enigmatico ideale per lo sviluppo di questa nuova corrente artistica. 

Carrà, De Chirico e la “nascita” della Metafisica 

Tra i nomi più noti che passarono per Villa del Seminario, Giorgio de Chirico e Carlo Carrà, si ritrovarono qui nel 1917. De Chirico era rientrato da Parigi e, dopo essersi arruolato nel 27° reggimento fanteria, che aveva deposito a Ferrara, fu ricoverato a causa di un esaurimento nervoso al nevrocomio di Aguscello nell’aprile del 1917, rimanendovi fino al mese di agosto (vi sarebbe ritornato per un breve periodo nell’ottobre del 1918); l’artista definì i mesi di ricovero nell’ospedale «strani», ma densi di tensioni creative. Allo stesso modo Carlo Carrà, un altro soldato del 27° reggimento fanteria stanziato a Pieve di Cento, fu ricoverato a Villa del Seminario all’inizio di maggio del 1917: proprio qui avvenne il primo incontro con de 

Chirico, anche se i due avevano già tenuto in precedenza un carteggio, su suggerimento di Ardengo Soffici (il quale aveva raccomandato a Carrà di conoscere de Chirico se fosse andato a Ferrara, così che avrebbe potuto vedere le sue opere). Nacque presto un’amicizia tra i due, sostenuta dai comuni obiettivi di lavoro alla ricerca di una nuova estetica metafisica. Villa del Seminario era, infatti, un luogo di creatività, per volere dello stesso Gaetano Boschi: egli, insieme al suo assistente Ruggero Tambroni (direttore del manicomio provinciale di Ferrara) cercava, infatti, di stimolare le attività e i dibattiti creativi al fine di ottenere la completa guarigione dei malati psichicamente debilitati. Boschi e Tambroni stimolavano i due artisti alla pittura, partecipando a discussioni intellettuali insieme a loro, al fratello di de Chirico, Alberto Savinio, e a Filippo de Pisis; così come offrivano agli altri malati nervosi numerose occasioni di vita sociale. Tali libertà creative e i rapporti di amicizia e di lavoro sorti nelle stanze dell’ospedale sono ben evidenti nelle parole degli stessi autori. 

Il 6 giugno del 1917, in una lettera indirizzata ad Ardengo Soffici, de Chirico scrisse: 

[…] Da 2 mesi mi trovo ricoverato presso Ferrara in un neurocomio in qualità di nevrastenico. Sono molto ben curato e posso anche dipingere. Non diciamo sempre: dopo la guerra quanto ci sarà da fare! 
Facciamo adesso, ché la guerra è una cosa e l’arte un’altra. Mi trovo in quest’ospedale con Carrà e c’intendiamo […]. 
In seguito, nelle sue memorie, lo stesso de Chirico aggiunse: 
In quel tempo capitò a Ferrara Carlo Carrà; vi capitò non so se per caso o altrimenti e giunse al deposito dello stesso reggimento ove ero io. Ci ritrovammo più tardi in una specie di ospedale, o piuttosto di convalescenziario che era sito a pochi chilometri da Ferrara. Io approfittai della relativa tranquillità del luogo per lavorare un po’ di più. Questo convalescenziario era un antico convento pieno di corridoi, di sale enormi e di un numero infinito di camerette. Ottenuto il permesso del direttore potei installarmi in una di quelle camerette e lavorare tranquillamente per qualche ora ogni giorno. […] Quando Carrà mi vide fare i quadri metafisici andò a Ferrara a comprare tele e colori e si mise a rifare, alquanto stentatamente, gli stessi soggetti che facevo io, e tutto ciò con una spudoratezza ed un sans-gêne veramente ammirevoli. 

Si intravede, in queste parole, un rapporto difficile con Carrà, che si sarebbe evidenziato solo successivamente alla permanenza a Villa del Seminario; quest’ultimo, infatti, nei suoi ricordi non cita l’amicizia con de Chirico, ma in una lettera del 5 giugno del 1917 diretta a Soffici questo rapporto è evidente («[…] Si lavora e questo è bene. Controlliamo i passi e la strada. Con de Chirico si discute e si dipinge a nuove realtà. Egli è un buon amico: ecco tutto […]»). Nelle sue memorie, però, Carrà ricordava bene la parentesi presso l’ospedale ferrarese, avvenuta dopo il suo rientro da Pieve di Cento: 

Intanto la vita d’ufficio [del Comando] mi diventava sempre più insopportabile e parallelamente anche lo stato della mia salute peggiorava, finché si rese necessario ricoverarmi in un nevrocomio fuori di Ferrara. Il direttore dell’ospedale, colonnello Gaetano Boschi, vero scienziato in materia di malattie nervose, mi usò molti riguardi e mi fece assegnare una cameretta acciocché io potessi dipingere, pensando egli giustamente che oltre le cure mediche il lavoro a me caro avrebbe contribuito a rinfrancarmi nel fisico e nel morale. In questa camera dipinsi: Solitudine, La camera incantata, Madre e figlio, e La musa metafisica. Contemporaneamente alla attività pittorica andavo svolgendo quella letteraria, collaborando con scritti di vario genere alle riviste del tempo. 

Il periodo trascorso da questi artisti a Villa del Seminario fu senza dubbio limitato, ma vide la formazione di un’idea poetica ben precisa e la creazione di opere fondamentali per la pittura italiana del Novecento, secondo linee definite, in una città come Ferrara che fino a quel momento era rimasta estranea alle più importanti correnti artistiche d’Italia. Riguardo alla produzione di quadri a Villa del Seminario risulta interessante una cartolina di de Chirico del 1 maggio 1918 indirizzata a Carrà, in cui il pittore cerca di ricordare il metodo di produzione delle tele necessarie per lavorare: 

Fammi un piacere. Ho l’intenzione di fabbricarmi le tele da me, poiché la tela è terribilmente cara. Ma ho dimenticato quel sistema che usavamo al Seminario, quindi scrivimi dettagliatamente il nome delle materie che usi e ripetimi il modo di preparazione. 

Nella «villa degli enigmi» de Chirico dipinse Composizione metafisica, La Rêve de Tobie, Interno metafisico (con piccola officina), Interno metafisico (con sanatorio) e Les jeux du savant, opera datata al 5 maggio 1917 e i cui evidenti riferimenti all’anatomia spingono a pensare all’influenza esercitata dalla vicinanza all’ospedale e da Boschi e Tambroni, interessati alla pittura e, più in generale, alla cultura dell’epoca. I quadri composti nella villa da Carrà, sembrano, invece, ricordare nelle loro stanze nude gli ambienti spogli del neurocomio, tanto che un numero del 1921 de «L’illustrazione medica italiana» commentava, in riferimento all’opera Solitudine: 

Nel quadro ad olio riprodotto nella figura 2 si vedono commisti, nella sintesi spesso schematica della pittura futurista, la prospettiva delle corsie, il torso d’uomo che provoca l’indagine e la cura del Sanitario, diventato quasi 

“mannequin” del lavoro neurologico, i pezzo del croquete del giuoco dei birilli, la tavola nera della scuola per analfabeti, il vassoio con i biscotti dell’“ora del thè”. 

L’interesse di Gaetano Boschi verso la pittura metafisica 

Qualche anno dopo Gaetano Boschi, tra il 1920 e il 1921, scrisse ai due artisti per poter ottenere delle riproduzioni fotografiche delle opere create durante il loro ricovero a Villa del Seminario. Se Carrà inviò la riproduzione proprio del quadro Solitudine (dal momento che gli altri dipinti erano stati venduti da tempo) che in quel tempo si trovava esposto a Berlino, de Chirico propose a Boschi l’acquisto di un quadro in un affare che non si sarebbe mai concluso, poiché, delle creazioni eseguite dall’artista nell’ospedale di Aguscello, due erano state inviate al suo mercante parigino Paul Guillaume, mentre le altre tre si trovavano nel deposito romano di Mario Broglio. 

Il piccolo gruppo di amici e artisti che si intrattenevano a Villa del Seminario comprendeva anche Alberto Savinio e Filippo de Pisis. Entrambi hanno lasciato dei ricordi del tempo trascorso insieme all’interno dell’ospedale, anche se non furono ricoverati. 

Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea de Chirico e fratello del pittore ospitato presso la struttura di Aguscello, trattò in modo angoscioso del luogo, concentrando le sue righe su alcuni pazienti particolari dell’ospedale, non tanto sullo sviluppo dell’arte metafisica. Così scrisse ne Il signor Dido, un alter ego dell’autore: 

Tra il 1916 e il 1917. Trentaquattro anni addietro. La signora dagli occhi obliqui forse non era ancora al mondo, ma era al mondo suo padre: un insigne psichiatra che in quel tempo, colonnello medico, dirigeva un ospedale militare a un dieci chilometri da Ferrara. 
Un fabbricone sgangherato chiamato Seminario, dalla sua antica funzione di scuola di preti. Fumavano intorno i campi di canapa. 
Dicono gli storici dell’arte che in quel fabbricone nacque la cosiddetta pittura metafisica. 
Sbagliano. 
Altri ricordi ha del Seminario il Signor Dido. 
Ricorda quel soldato ricoverato nei sottosuoli che non camminava ma avanzava a zompi, non parlava ma cacciava brevi gridi arrotolati come il gulugulugù del tacchino. Gli avevano calzato sul cranio bucato uno zuccotto nero. 
Ricorda quel tenente rinchiuso in una cameretta a pianterreno che attraverso la porta gridava che lo lasciassero uscire. No: non andrebbe a cercar droghe. Era guarito ormai. 
Come! Non vedevano che era guarito? 
Ricorda nella sala del primo piano, in fondo alla corsia… 
Infermo? Simulatore? 
Stava a letto da dieci mesi. Portava in testa una cuffia da mugnaio. Intorno al letto, sui comodini di ferro smaltati di bianco, aveva raccolto una libreria poliglotta. Imparava lingue da solo. Sillabava a labbra mute, un po’ guardando nel vocabolario, un po’ ripetendo a memoria, lo sguardo in aria. 
Calava la notte. Calava la luce nelle sale e nei corridoi. Calava la luna di là dalle vetrate nei fumi della canapa. Dormiva il Seminario. Fuori, nei campi, amoreggiavano gl’infermieri con le ragazze dei cascinali vicini. Nel corridoio bluastro il poliglotta clinico, scheletro dentro un pigiama da fantasma, camminava avanti e indietro velocissimo, a inaudibili passi. Saliva di tanto in tanto in tanto dal sottosuolo il gulugulugù del tacchino. 

Ne risulta una visione non idealizzata della villa, definita «un fabbricone sgangherato», con i suoi ospiti caratterizzati da crudi dettagli; sono gli stessi che ritornano in un altro racconto di Savinio, I bambini giocano: 

Stavo al neurocomio del “Seminario”, a poca distanza da Ferrara. Qualche soldato colpito da alalia in seguito a choc nervoso. Un caporale ferito alla nuca: unico ricoverato “serio”. Senza memoria né parola. Ripeteva perpetuamente, sinistramente un suo grido breve, acuto: il verso del tacchino. Creatura degradata dalla classe dei mammiferi superiori a quella dei pennuti, e che i frenologhi del luogo esibivano alle “autorità” in visita, come “soggetto di studio”. […] Ma il “pezzo” più interessante di quello stabilimento di cura era lui: quel militare indefinibile di cui non ero riuscito a conoscere né il nome né il grado, e che non sena ragione avevo soprannominato Mussorgsky. 

Aveva scommesso di passare a letto un anno intero. […] Si era combinata una esistenza clinica perfetta. 

Questo paziente, all’arrivo di Savinio, era all’ospedale da 367 giorni; studiava le lingue e scriveva, fingendosi malato. E ancora: 

Sotto sotto, aveva una gran paura che quella prolungata degenza gli facesse qualche brutto scherzo. Me lo aveva confessato lui stesso. Di notte, appena i medici avevano voltato i tacchi e gli infermieri si erano chiusi in cantina a bere e a giocare a scopone, il singolare recordman scendeva dal letto in camicia da notte e papalina, camminava su e giù per la corsia con passo da ginnasta. Sotto, nel silenzio del neurocomio addormentato, echeggiava il grido sinistro dell’uomo tacchino. 

Il suo pensiero un pomeriggio andò a un ricordo di un viaggio a Parigi, a due bambini che giocavano nel palazzo delle Tuileries: erano i figli dell’Imperatore, che, mentre giocavano nel giardino del palazzo, presero una polmonite e morirono poco dopo. 
A quel giardino, a quei bambini ripensava Modesto Mussorgsky, laggiù, nel suo letto del “Seminario”. E con mano leggera, sotto la 
voce stessa di Euterpe che dettava, scrisse il nuovo quadro della Suite: “Tuileries, i bambini giocano”. 
Fu il suo ultimo canto. La notte medesima, anche lui, come i figli dell’Imperatore, tirò le calzette. Sotto, di minuto in minuto, echeggiava il grido dell’uomo tacchino. 

L’ultimo componente del piccolo gruppo di artisti era il ferrarese Filippo de Pisis, che conosceva già Villa dal Seminario dal momento che, prima che divenisse ospedale militare, vi andava a ricevere ripetizioni. Dal 1915 egli inizia a frequentare l’ospedale per assistere i soldati lì ricoverati, e tra questi avrebbe incontrato Giorgio de Chirico, Carlo Carrà e Alberto Savinio. 
In una cartolina indirizzata a Giuseppe Ravegnani dell’ottobre del 1916, prima del ricovero dei due artisti a Villa del Seminario, de Pisis scriveva: 

Giorgio De Chirico e suo fratello, noto col nome di Alberto Savinio, e della Voce, sono miei intrinseci amici. 

Nonostante ciò, Savinio non aveva una gran considerazione per de Pisis, mentre de Chirico ammise che non fosse «un campione di normalità, però era pieno di ingegno». Si deve aggiungere, inoltre, che la madre di de Chirico abitava in un appartamento in via Montebello, in città, molto vicino a casa de Pisis. 

Così come gli altri, de Pisis ha lasciato tracce delle sue visite a Villa del Seminario in una conferenza del 1920 tenuta alla Grotta degli Avignoni di Bragaglia a Roma: 

In una settecentesca villa patriziale del suburbio, già dimora per gli onesti spassi estivi per il Seminario, i pittori De Chirico e Carrà in grigio verde alternavano gli ozi militareschi alle pitture metafisiche. Sarei troppo ardito se dicessi che queste produzioni potevano essere pretesto ai bravi superiori per crederli un tantino malati di mente? Ma, Dio mio, è la vecchia tragedia del secolo XIX dagli Enciclopedisti in poi, dove finisce la pazzia e incomincia il genio? Io andavo ogni tanto a trovare i pittori-soldati. Ricordo certe soste sotto i bei platani del largo viale. Attorno rideva fiorente, verde e dorata con la sua canapa e il suo frumento la campagna ferrarese de La Santa Verde di Govoni e delle Prose di de Pisis. 
In una stanza c’era un tavolo settecentesco ch’io chiamavo “gesuitesco ma con le gambe di satiro” e Carrà faceva le più matte risate. 

Per ultimo non si può non citare il passaggio per la Villa del Seminario di uno dei più importanti medici italiani, nonché redattore e in seguito direttore della rivista «Il Ponte», vincitore del Premio Viareggio del 1931: Corrado Tumiati (1885-1967).

Lasciò il suo ricordo dell’ospedale nell’opera Zaino di sanità: 
A pochi chilometri da Ferrara sta, in aperta campagna, un’antica villa, detta del Seminario perché da tempo destinata alle vacanze dei giovani teologi della diocesi. È una costruzione più lunga che alta, ma di proporzioni nobili, separata dalla strada da un viale di pioppi e circondata dalla mia bella pianura ferrarese. […]. Poche volte nella mia vita, forzatamente girovaga, mi fu e mi sarà forse concesso di godere la mia campagna come in quell’anno ormai lontano nel quale – chiamato dalla fiducia di un comando – mi toccò d’esercitarvi la mia professione come medico militare. La villa era stata requisita per ospitarvi quei feriti che furono detto “malati funzionali” dal fatto che una ferita interna o un trauma avevano spento – temporaneamente o per sempre – una qualche loro funzione, lasciandone, in apparenza, integro il corpo. Erano tutti colpiti nel sistema nervoso, ma non tanto nelle sue funzioni mentali, quanto in quelle sensitive e motorie. Paralisi organiche o isteriche, shocks, stati di leggera depressione o di eccitamento. L’ospedale si chiamò “Neurocomio militare” ed ebbe vari anni di vita prospera e utile, grazie all’entusiasmo del suo ideatore, e dei suoi collaboratori e grazie alla fiducia cordiale di una certa parte della borghesia cittadina la quale circondò l’istituto della sua vigile premura. […] Vi fu chi volle ornare le nude pareti della villa con quadri, rallegrarne lo squallore conventuale con mobili e suppellettili; […]. 

A Tumiati, esperto psichiatra, furono affidati i malati impossibilitati a parlare, prerogativa dell’ospedale: 

Si era agli inizi della guerra e la cosa lasciava perplessi gli stessi medici militari. I colpiti giungevano direttamente dalla fronte, dopo una breve e inutile sosta negli ospedaletti da campo dove più gravi faccende non consentivano pazienti esami. Portavano ancora nel volto e nei gesti il terrore del trauma che li aveva colpiti – fragore della granata che esplode, balzo nell’aria, sepoltura fra le macerie – e lo sgomento per quel silenzio al quale si credevano per sempre condannati. C’era nei loro occhi l’ansia supplichevole e disperata di chi ha tante cose da dire e si sente, a ogni tentativo, strozzata la voce nel petto. Pastori, artigiani o coloni, per lo più rizzi e illetterati, non potevano nemmeno ricorrere alla scrittura per informarci sull’origine del male o descrivercene le pene: si limitavano a rispondere ai miei quesiti o alle mie ingiunzioni con gesti che dicevano la loro penosa impotenza. 

Le sue parole descrivono poi il metodo di guarigione, sulla base degli esperimenti di un medico francese, che prevedeva di rendere temporaneamente sordi i pazienti, invitandoli poi a sillabare con le sole labbra, insieme al medico, lettere di una parola, che poi sarebbe stata pronunciata con la voce dai pazienti: da qui l’immensa gioia del medico per i risultati ottenuti. 
Corrado Tumiati su ASPI Archivio storico della psicologia italiana

Risulta dunque chiaro, per concludere, come tale, quasi casuale, intreccio tra psichiatria, cultura, arte visiva e letteratura abbia portato Villa del Seminario a essere il contenitore ideale per lo sviluppo di una tra le più importanti correnti della poetica artistica italiana del XIX secolo, grazie alla compresenza di personalità illustri e al lavoro svolto da Boschi e dai propri assistenti, che stimolavano ogni iniziativa creativa al fine di ottenere la guarigione dei pazienti. Si tratta di un momento felice per la storia culturale italiana, e Villa del Seminario, che ha reso possibile l’incontro di queste individualità così importanti, ancora riecheggia nelle testimonianze dei protagonisti stessi che l’hanno vissuta. 

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